Escursione alle rovine di Monterano

Domenica di metà aprile, finalmente una giornata di primavera: all’appuntamento non siamo molti, una trentina e per vari motivi mancano molti dei più abituali. La meta di oggi è Canale Monterano, o meglio le rovine di Monterano, all’interno dell’omonima Riserva Naturale, un’area protetta istituita nel 1988.

Penso al vasto territorio dei Monti della Tolfa ed al giorno, spero non lontano, in cui possa trasformarsi in Parco o Riserva Naturale. La Natura in questa giornata fa da padrone e ci sorprende ad ogni angolo: vegetazione amazzonica, sorgenti sulfuree, pareti rocciose, fiumi quasi incontaminati ed orchidee selvatiche. A cornice di tutto ciò la storia ultra millenaria di questo pianoro.

Riusciamo a partire soltanto dopo le 10 passate e dopo aver lasciato il parcheggio della Diosilla, scendiamo verso il fosso Bicione per ammirare la cascata omonima: il verde è cambiato all’improvviso e ci ritroviamo tra felci, liane, faggi, edere e ciclamini. Facciamo fatica a non immaginarci nella foresta Amazzonica tanto è fitta e rigogliosa la vegetazione.

Rientrando sulla strada principale, passiamo in mezzo a dei grandi massi bianchi – ricordo dell’attività vulcanica avvenuta nella nostra zona 600.000 anni fa – lungo sorgenti d’acqua sulfurea, con il loro odore caratteristico.

Ci spostiamo verso l’interno quando scorgiamo una capanna appenninica: è la ricostruzione fedele di un’abitazione tipica della nostra zona in epoca villanoviana ( pre-etrusca ); da lì riprendiamo il sentiero che sale lungo il pianoro, fino ad incontrare il Cavone, una tagliata d’epoca etrusca che porta sulla sommità.

Il caldo comincia a farsi sentire e lentamente ci liberiamo di felpe e giacche: finalmente una giornata di sole dopo un inverno grigio.

Ammiriamo di fronte a noi, la parete di tufo rossastro, denominata la Greppa dei Falchi: notiamo che è costellata da piccole grotte scavate ad una decina di metri dal suolo: l’impossibilità di raggiungerle non ha permesso di trovare una spiegazione valida e una delle ipotesi è l’utilizzo come sepolcri in epoca preistorica.

Arriviamo così al Fontanile delle Cannelle, sotto alle rovine della Monterano medievale: ci fermiamo a bere e ad ammirare lo splendido acquedotto rinascimentale, forse collegato all’acquedotto d’epoca etrusca d’Oriolo poco distante.

Proprio in epoca etrusca si è formato probabilmente il nome Monterano, dal nome della dea Manturna o Mania che regnava sull’oltretomba: era temuta e venerata e veniva associata al culto dei fenomeni del sottosuolo.

Dopo aver aggirato le mura esterne dell’abitato entriamo nel borgo dove troviamo i resti del Palazzo Ducale: era la fine del 1600 quando i proprietari del feudo – la famiglia Altieri – affidarono a Gian Lorenzo Bernini, la ristrutturazione della facciata.

L’insigne architetto abbellì la parete rocciosa con una fontana, sulla cui sommità si trovava un colossale leone di pietra a simboleggiare il feudatario che donava acqua al popolo.

Ora, sulla cima della roccia è stata collocata una copia, mentre l’originale, restaurato, si trova a Canale nel Palazzo Comunale.

Ripercorriamo la strada per uscire e notiamo su un muro laterale una tomba ad arcosolio con a fianco una scritta: è il cristogramma in uso in epoca medievale ( Jesus Hominum Salvator cioè Gesu Salvatore degli uomini oppure In Hoc Signo cioè sotto questo segno ) .

Appena fuori le mura, ci appare all’improvviso la suggestiva chiesa di San Bonaventura, oggi affollata di Butteri per una manifestazione locale: come per il Palazzo, il Bernini si occupò del progetto della chiesa, del convento e della fontana ottagonale, che ora fa bella mostra di sé nella piazza di Canale, lasciando una copia sul pianoro.

Ci avviciniamo con curiosità alla Chiesa e scopriamo che un fico selvatico ha messo radici all’interno – immagine insolita ma non spiacevole!

Ci allontaniamo così dal bivacco dei Butteri, dopo aver tentato una trattativa – non andata abuon fine – per l’acquacotta in distribuzione e ci dirigiamo verso l’area pic-nic del Rafanello. È una rarità per noi mangiare seduti a tavola e quasi tutti approfittiamo di questa insolita comodità.

Dopo aver gustato i dolci e il liquore di alloro di Pina, riprendiamo il cammino guadando il fosso ferruginoso del Rafanello, per poi arrampicarci – come è nostro solito dopo pranzo – verso la cima della collina.

La vegetazione è cambiata di nuovo: ora siamo circondati da asfodeli, margherite, tanta cicoria e qualche ginestra. Risalendo il costone incontriamo una coppia di asini – la mamma e il suo piccolo – che per l’occasione si mettono in posa per le foto di rito.

Raggiungiamo il Mignone, ci fermiamo ad ammirarlo così incontaminato abituati come siamo a vederlo di tutt’altro aspetto, per riprendere poi il sentiero nel bosco dove scoviamo delle orchidee spontanee ed insoliti licheni.

Siamo ormai di nuovo sulla strada principale, sotto il costone tufaceo della Greppa dei Falchi, dove ci attende l’ultima salita per raggiungere le macchine al parcheggio della Diosilla.

Dice un proverbio indiano “ Abbiamo la Terra non in eredità dai genitori, ma in affitto dai figli “ e non c’è frase migliore per rappresentare lo stato d’animo di una giornata tutta sopsesa tra passato e futuro in mezzo alla Natura.

Claudia Tisselli

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