Il palazzo di Checco Bello a Magliano in Toscana

Il Nicolosi, nel suo  “La Montagna Maremmana” del 1911 –  descrive così il bellissimo palazzo che si trova a Magliano in Toscana in Corso Garibaldi

La via principale, che attraversa il paese in tutta la sua lunghezza, prosegue poi
verso la piazza maggiore, presentandoci un altro aspetto della stessa epoca. A poco
a poco la pietra sostituisce il mattone, gli edilizi cessano di esser case per diventare
palazzi e raggiungono il massimo dell’eleganza e della ricchezza in quello aldobrandesco
che il popolo battezzò come palazzo di Checco Bello, molto sciupato, ma ancor
tale da imporsi all’ammirazione.
Ed anche in questo caso quanta semplicità di mezzi per raggiungere lo scopo !
Tre sole bifore, elegantissime per dire il vero, una cornice lungo tutta la facciata a
formar davanzale, segnando dov’esse si impostano, e a sorreggerne i colonnini ; una
seconda più in alto, parallela alla prima tra l’una e l’altra finestra, incurvantesi a
rinchiudere di un arco tondo i due archetti gotici in corrispondenza d’ognuna; qualche
mensola sporgente, uno stemma e null’altro. Ma che mirabile effetto ottiene questa
parca decorazione marmorea sulle ruvide bozze e che reciso contrasto fra il candore
luminoso del marmo e la tinta calda, ocracea e sanguigna, della pietra, specialmente
quando il sole vi picchia festevole e la vivifica tutta !”

Da Magliano in Toscana – Palazzo di Checco Bello

Guido Gianni, nel suo “Magliano, un Baluardo in Maremma” del 1970, invece si limita a scrivere:

“su via Garibaldi si affaccia anche la casa detta di Checco Bello, un nostro concittadino passato alla storia, ma fino ad oggi non meglio identificato, forse un play-boy dell’Epoca.”

Nicoletta d’Ardia Caracciolo, Minucci Mino, Lamioni Daniele, nel loro “Magliano e Dintorni”

Percorriamo il Corso lasciando sulla destra la Pieve di S. Giovanni Battista, sulla sinistra possiamo ammirare un elegante palazzotto in Pietra. Come dimostra lo stemma murato sulla facciata fu sede della nobile famiglia orvietana del Monaldeschi che lo usarono come loro residenza rurale. Le testimonianze storiche su questo edificio sono stranamente inesistenti…” infatti fanno notare, giustamente, che neppure il Gherardini nella sua visita del 1676  lo menziona.

Non mi sembra neppure che ne parli  Zuccagni Orlandini nel 1832, per cui il primo a parlarne sembrerebbe che sia stato proprio il Nicolosi. Colui che lo battezzò per primo Palazzo di Checco Bello, nella sua visita a  Magliano del 1910.

Si racconta che il Nicolosi, giunto davanti a questa splendida costruzione, chiedesse ad una persona del posto (Non escluderei che si fosse trattato del “Cucco”, al secolo Fortunato Gianni, nonno dello scrittore Guido Gianni, in quanto aveva una privativa ed emporio proprio nel fondo del palazzo) :-di chi è questo Palazzo-, e l’altro rispose:- di “Checco Bello” (badate  bene non  di checco il bello) e come tale  lo ha scritto nel libro prima citato.

Chi era Checco Bello? Era una persona che si chiamava di fatto Francesco Salvi, nato a Magliano nel 1864 e qui morto  il 27 agosto del 1919 alle ore 6.45, (forse suicida), era un Esattore delle Imposte, molto amico del Cucco, che a sua volta doveva  essere   guardia del dazio, quindi quasi colleghi, era un bell’uomo, sposato; da nessuna parte risulta che fosse stato un donnaiolo. A questo proposito ricordo che quando usci il libro di G. Gianni, che lo definiva “forse un play-boy dell’Epoca”, mio padre che era un cultore della storia locale, mi disse:- “ Questa poi da Guido non me la sarei proprio aspettata, Checco Bello era un intimo amico del su’ nonno, ed io lo ricordo  bene, anche se quando è morto avevo 7 anni, e non mi risulta che  fosse un donnaiolo, almeno per quello  che  si è sentito dire anche in seguito”- Ovviamente chiamò Guido Gianni e gli fece notare la “cavolata” scritta.

Oggi  vari autori più moderni, facendosi dal Mazzolai, la Procopio, la Moretti e tanti altri, vedi anche in Wikipedia, in qualche caso riportando virgolettato lo scritto del Nicolosi, si sentono in dovere di ribattezzare il Palazzo aggiungendo quell’articolo “IL” che potrebbe cambiare proprio il significato del soprannome,   e, seguendo la traccia del Gianni, altri ancora continuano, senza prove, a dare del Casanova a Checco Bello. Che pover’uomo altri vizi aveva, come bere e qualche debituccio di troppo, che lo portò a vendere, a forza di prestiti, almeno parte del palazzo.

Si racconta la scenetta della cambiale che Checco Bello aveva firmato, e che giunta a scadenza non era in grado di pagare. Quando il creditore si presentò per la riscossione, Checco Bello, prese il titolo in mano, come per saldarlo e poi con mossa fulminea lo porto alla bocca e lo mangiò, lasciando il creditore sbigottito.  Il creditore si rivolse al Cucco, comune amico, perchè intervenisse in suo favore. Il Cucco lo tranquillizzò, dicendogli “ora facciamo una bella merenda con abbondante vino e vedrai che sotto gli effetti del vino ammetterà il suo debito, per cui con i testimoni (normalmente alle merende del Cucco, prendevano parte, oltre il Parroco, il Dottore, il Farmacista, il Maresciallo, ed altri amici), potrai cercare di esigerlo anche in futuro. Così avvenne. Alla fine della merenda, tutti iniziarono a cantare le lodi di quello o di quell’ altro componente, l’interessato faceva eco  cantando il ritornello. Dopo un po’ di canti, il Cucco furbamente tirò in causa Checco Bello, ed in coro  i presenti cantarono “Checco Bello è  un brav’uomo” e Checco Bello ripetè “Checco Bello è un brav’uomo”, poi dopo altri sonetti “Checco Bello ha mangiato una cambiale” e Checco Bello  cantò “Checco Bello…..non canta più”.  Così si estinse il debito.

Sulla denominazione del palazzo ha sbagliato anche l’amministrazione comunale nella targa posta vicino allo stesso mettendo quell’articolo “IL”, così come è sbagliata la iscrizione negli inventari  SBAP di Siena e Grosseto.

La prima volta che ho trovato , su un documento,l’errata denominazione del palazzo, è in  un progetto redatto dalla Università di Firenze –facoltà di Architettura- per il restauro architettonico.

Il Nicolosi a mio avviso ha una lacuna, nota lo stemma sulla facciata, ma gli dà poca importanza, non lo collega ai Manaldeschi. Infatti lo stemma sul palazzo di Checco Bello è dei Monaldeschi, quindi lo hanno costruito loro, o comunque vi hanno abitato, mentre forti dubbi vi sono che vi abbiano abitato gli Aldobrandeschi, che in quei giorni, erano molto meno presenti nella “curtis di Malleanum”.

Da Magliano in Toscana – Palazzo di Checco Bello

In “Magliano e Dintorni” viene detto che si trattava della residenza rurale dei nobili orvietani, ma non viene spiegato perché i Monaldeschi avessero un palazzo nella Contea Aldobrandesca in un periodo in cui le lotte con Siena  per il possesso del castello erano all’ordine del giorno. Si dice che il palazzo sia del XIV sec, e proprio in questo secolo, e precisamente nel 1334, si legge nelle cronache  di Orvieto che:-

<<…..in quest’anno 1334, divenne principe di Orvieto Ermanno del Signor Corrado dei Monaldeschi,. Che, dopo avere assunto il potere, lasciò Chiusi ai Perugini, per consolidare la pace con essi e governò autorevolmente sulla città, sul contado, e sulla val di Lago, sulla val di Chiana, sul Monte Amiata, sulla contea Ildebrandesca (alludendo al vescovo conte Ildebrando di Soana), e su quella di Santa Fiora (queste due contee Ildebrandesca e di Santa Fiora –  erano nelle “terre Aldobrandesche”, già facenti parte di una donazione di Matilde di Toscana, alias di Canossa)…>>

Quanto qui riportato si può leggere nella dedica fatta dal cartografo I. Danti a Monaldo Monaldeschi nel 1583.

Magliano in quel periodo faceva parte della contea Aldobrandesca di Santa Fiora, anche se nel 1331  sulla contea c’era lo zampino di Siena per i nuovi patti di accomandigia. Comunque niente di strano che il Monaldeschi possa avere governato la contea e conseguentemente possa avere costruito un palazzo in terra di Maremma, da usare come residenza di campagna, casino di caccia ecc.

Alla luce di quanto sopra  e vista l’inconfutabile presenza dello stemma dei Monaldeschi sulla facciata del Palazzo di Checco Bello, sarebbe  più opportuno nominare  il fabbricato con un nome più appropriato e forse anche più importante, che potrebbe essere Palazzo Monaldeschi detto di Checco Bello (ovviamente senza quell’articolo “il”).

Vittoriano Baccetti

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